
Da ragazza voleva fare l’insegnante. Le piacevano le materie umanistiche, il rapporto con le persone, l’idea di accompagnare qualcuno nella crescita. L’impresa non era nei suoi piani. O almeno non lo era in modo consapevole. Eppure, guardando oggi il suo percorso, sembra che tutto fosse già scritto in filigrana.
Marina Danieli entra nel Calzaturificio Jumbo quasi senza accorgersene. Non per una scelta netta, non per vocazione improvvisa. «Mi sono sentita liberamente costretta», dirà molti anni dopo. Costretta da una storia familiare, da un padre che aveva deciso di mettersi in gioco, ma libera di trovare, col tempo, un senso tutto suo dentro quella scelta. È lì che inizia il suo vero apprendistato: non solo di un mestiere, ma di una responsabilità.
Il padre, Silvano Danieli, fonda Jumbo nel 1980. Ha quarantadue anni, una carriera da dirigente alle spalle e un desiderio preciso: fare qualcosa di suo, per la famiglia e per sé stesso.
È una decisione che nasce dall’orgoglio e dal coraggio, più che dal calcolo. Silvano conosce il mondo delle calzature, lo rispetta, ma sente che è il momento di provarsi fino in fondo. Marina e la sorella Elena sono poco più che adolescenti. La fabbrica entra nelle loro vite come un fatto naturale, quasi domestico.
Quando Marina comincia a lavorare in azienda, non lo fa dalla scrivania. Parte dalla fabbrica, dal prodotto, dalle mani. Impara le lavorazioni, osserva, ascolta. Le giornate iniziano presto e finiscono tardi, spesso accanto al padre, che non conosce orari.
All’inizio pesa, come pesano tutte le responsabilità prese troppo giovani. Poi, lentamente, diventa patrimonio. Da lui eredita una lezione che resterà centrale: non perdere mai l’obiettivo. Le decisioni vanno ponderate, condivise, ma una volta prese vanno portate fino in fondo, anche cambiando strada se serve.
Intanto Jumbo cresce. Attraversa gli anni in cui il mondo della manifattura italiana cambia pelle, mentre molte produzioni si spostano altrove. L’azienda stringe collaborazioni importanti, tra cui quella con Adidas, iniziata nei primi anni Ottanta e destinata a diventare una delle partnership più longeve della sua storia. Jumbo resta, investe, si adatta.
Sceglie di specializzarsi, di concentrarsi sulle ciabatte da piscina, una decisione che si rivelerà strategica e che permetterà all’azienda di attraversare indenne fasi difficili per tutto il settore.
Marina cresce insieme all’impresa. Conosce le crisi, le trasformazioni, le scelte che non ammettono ritorno. L’ingresso nel mondo del lusso è una sfida complessa, affascinante, ma mai vissuta come unica direzione possibile. Jumbo resta ancorata al suo baricentro: la produzione, la qualità, la continuità. L’azienda non viene mai considerata un’entità astratta, ma un organismo vivo. Un bene comune.
Crescere, per Marina Danieli, non ha mai significato esporsi oltre misura. L’azienda deve essere in grado, in ogni momento, di reggersi sulle proprie forze e di onorare fino in fondo le responsabilità verso chi ne fa parte. È un principio che guida le scelte, anche quelle più difficili, e che definisce il confine entro cui l’impresa può davvero dirsi sana.
È questo il concetto che Marina sente più vicino. L’impresa come bene condiviso, che va curato e protetto. Non per generosità, ma per intelligenza. Le persone non sono una voce di costo, ma la struttura portante. Per questo Jumbo investe nel benessere, nella formazione, nella qualità dell’ambiente di lavoro.
Quando Marina si accorge che il linguaggio tra generazioni sta cambiando, che non basta più l’esperienza per guidare chi entra in azienda, nasce la Jumbo Academy. Non come progetto formale, ma come risposta a un bisogno reale: creare continuità, preparare il futuro, trasmettere valori prima ancora che competenze.
L’impresa resta familiare, nel senso più autentico e complesso del termine. In azienda lavora con la sorella, i mariti, i figli. I ruoli sono chiari, i conflitti non mancano. Separare lavoro e affetti non è semplice, e Marina non lo nasconde. A casa si parla di lavoro, ma in un altro modo. Con ironia, con preoccupazione, talvolta con leggerezza. È il prezzo di una responsabilità che non si spegne mai davvero.
Accanto a Jumbo, però, prende forma anche un’altra storia. Un sogno rimasto a lungo nel cassetto. Un marchio che nasce da un’intuizione, si ferma, viene accantonato. Poi torna. Marina lo vede negli occhi di un giovane, nella delusione silenziosa di chi crede in un progetto.
Decide di rimettersi in gioco. Nasce così BOOTEI. Non come fuga dall’impresa madre, ma come estensione naturale di un percorso. Analisi, studio, nuovi soci, una visione diversa, più diretta, più contemporanea. La prima fiera in Corea, i primi segnali, l’inizio di un cammino che parla di futuro.
Oggi Marina Danieli guarda alla sua storia con lucidità. Non idealizza l’impresa. Sa che è un fardello pesante, che la responsabilità può diventare opprimente se non è scelta. Per questo il futuro, per i figli, non può essere un’imposizione. Deve essere desiderio, consapevolezza. Continuità autentica.
In questi anni, dentro Jumbo, non è passata solo una generazione. Ne sono passate diverse. Figli e figlie di chi lavorava in azienda sono tornati, scegliendo di restare. Non per mancanza di alternative, ma per un legame che nel tempo si è fatto più profondo di un semplice contratto.
Forse non è diventata l’insegnante che immaginava da ragazza. Ma insegna ogni giorno. Nel modo in cui trasmette, accompagna, prepara l’azienda a vivere anche senza di lei. È questo, in fondo, il suo modo di stare dentro l’impresa. Come responsabilità, e come scelta.
#ToBeContinued
Andrea Bettini