Elisabetta Pellicciotta – Il bisogno umano di casa

Elisabetta Pellicciotta, Founder & Creative Director di Make Me Home
Elisabetta Pellicciotta, Founder & Creative Director di Make Me Home

 

Da ragazza Elisabetta Pellicciotta aveva una passione che non sapeva ancora chiamare con precisione. Non era un’idea di design patinata, né un sogno da copertina. Era qualcosa di più semplice e profondo: l’attrazione per le case, per gli spazi, per il modo in cui un ambiente può cambiare il modo di stare delle persone. All’epoca non immaginava che potesse diventare un lavoro. La vita, come spesso accade, prende un’altra direzione.

Studia Comunicazione per l’Impresa all’Università Cattolica di Milano, prosegue con un master in Marketing alla Business School del Sole 24 Ore ed entra nel mondo delle multinazionali farmaceutiche. Per oltre dieci anni lavora in aziende strutturate, ricopre ruoli di responsabilità, cresce con metodo. La carriera la assorbe e la porta lontano: riunioni, treni, aerei, città che si assomigliano.

È in quegli anni che il tema della casa, invece di sbiadire, diventa più presente. Elisabetta viaggia così tanto da vivere a lungo in albergo. Prova anche ad avere una casa, ma non è sostenibile. È sempre altrove. Una notte rientra da un viaggio e trova il freezer con la carne andata a male. È un episodio pratico, quasi banale, ma decisivo: torna a vivere in albergo. Lì tutto funziona. Ma lei no. Si sente appoggiata, mai davvero radicata.

Intanto il percorso professionale prosegue fino al traguardo che, all’inizio, si era posta come obiettivo: diventare direttore marketing. E quando quel punto viene raggiunto, invece di chiudere il cerchio, lo apre. È proprio lì, nel momento in cui l’obiettivo è finalmente centrato, che prende forma la domanda più scomoda: e adesso?  Non come inquietudine astratta, ma come scelta concreta da affrontare.

Elisabetta capisce che non vuole fare quel lavoro per tutta la vita. E decide di tornare a ciò che, in fondo, era sempre rimasto lì: la sua passione per l’interior design. Riprende a studiare, si forma come arredatrice di interni e inizia a guardare il mondo immobiliare con uno sguardo doppio: quello creativo di chi immagina uno spazio e quello analitico di chi sa leggere un mercato.

Scopre l’home staging nella sua forma più strutturata, quella americana, dove l’emozione ha un ruolo centrale ma non è improvvisazione. Durante le open house, si cuoce perfino una torta di mele: perché quel profumo attiva ricordi di sicurezza e accoglienza. Sembra un dettaglio folkloristico. In realtà è marketing applicato alla psicologia. E per Elisabetta è una rivelazione: anche la magia ha le sue regole.

Il primo investimento arriva nel 2019 ed è personale. Una casa scelta a Milano con attenzione, dopo aver studiato numeri, quartieri, dinamiche. Ma anche seguendo un’intuizione allenata. Elisabetta sa esattamente a chi sta pensando: trasfertisti, expat, persone che arrivano in una città non loro e hanno bisogno di sentirsi subito a casa.

Progetta quello spazio come avrebbe voluto trovarlo lei: non una stanza anonima, ma una suite urbana. Ogni elemento è pensato per essere vissuto – la luce, la distribuzione degli spazi, i servizi – e anche per essere raccontato con verità attraverso le immagini, perché è lì che oggi si sceglie un luogo prima ancora di abitarlo. È in quel primo progetto che prende forma Make Me Home: prima come esperienza, poi come visione.

Negli anni successivi il modello si consolida e si struttura. Elisabetta lavora insieme al marito, che porta competenze tecniche e una lunga esperienza nella gestione dei cantieri. Le due visioni si incastrano: creatività e metodo, sensibilità e ingegneria. Ogni casa viene letta, interpretata, ascoltata prima ancora di essere trasformata.

I numeri arrivano senza bisogno di proclami: rendimenti che si muovono tra il 6 e l’8% al netto dei costi, una logica che, rispetto all’affitto tradizionale, segue un passo diverso. E c’è un altro elemento che racconta bene la solidità dell’approccio: ogni immobile viene pensato anche per poter tornare indietro. Fin dall’inizio si studia come, con un intervento minimo – cinque, diecimila euro – possa ridiventare un appartamento tradizionale, facilmente vendibile. È così che il rischio si abbassa. È così che l’investimento resta concreto e leggibile.

Nel 2023 Make Me Home si apre ufficialmente al mercato con il format Urban Suite+. Quello che era nato come percorso personale diventa un modello di advisory: accompagnare l’investitore in tutte le fasi, dalla scelta dell’immobile alla sua trasformazione, fino alla gestione.

Oggi Make Me Home è presente con dieci urban suite a Milano, una a Torino e una a Santa Margherita Ligure. Un taglio di investimento compreso tra i 300 mila euro e il milione, pensato non solo per grandi patrimoni, ma per persone che vogliono costruire una rendita solida nel tempo.

La gestione, per Elisabetta, non è il luogo dove massimizzare il profitto. È un servizio. La parte realmente remunerativa resta l’advisory. Una scelta che parla di qualità prima che di scala. Non c’è l’ansia di diventare un colosso. C’è la volontà di crescere senza perdere attenzione, senza sacrificare l’anima del progetto.

Forse è questo che rende questa storia diversa. Perché parla di investimenti con gentilezza. Di business con precisione. Di numeri senza perdere umanità.

Make Me Home non è solo un modello immobiliare. È il tentativo consapevole di rispondere a un bisogno umano profondo: sentirsi a casa. E come tutte le case ben progettate, non è un punto di arrivo definitivo. È un luogo in cui fermarsi, respirare, ritrovarsi. E poi, quando sarà il momento, ripartire.

 

(Ph. Credits: Davide Premoselli)

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Andrea Bettini