
La villa li osserva da tempo. Non parla, ma ascolta. Come fanno le case di campagna quando capiscono che non saranno solo muri, ma destino. Qui, tra le campagne di Mirano, il tempo sembra rallentare quel tanto che basta per distinguere ciò che conta da ciò che è rumore. Ed è forse per questo che Anna Bussolotto e Giovanni Vedana, moglie e marito, hanno deciso che questo sarebbe diventato il luogo di 2.8. Non un ufficio. Non un capannone. Una casa dove le idee potessero respirare. Prima di arrivare qui, però, c’è stata una lunga strada.
Anna e Giovanni si incontrano alla fine degli anni Novanta. Un incontro quasi casuale, come spesso accade alle storie che poi restano. Lei arriva da un percorso interrotto, da un’università lasciata a metà, da una ricerca ancora confusa di sé. Lui ha già una direzione più definita: il mondo delle relazioni, della vendita, del design, dell’arredamento italiano. È uno che sa leggere le persone, che sa organizzare, costruire, tenere insieme i pezzi. E forse è proprio questa la prima scintilla: Giovanni vede in Anna qualcosa che lei stessa non ha ancora messo a fuoco.
La fotografia, per Anna, è sempre stata lì. In famiglia, prima ancora che come scelta. Non come vocazione dichiarata, ma come possibilità silenziosa. È Giovanni a spingerla a provarci davvero. A fare un percorso suo, senza restare nell’ombra di una tradizione familiare. Anna studia, lavora, impara. E poi comincia. Matrimoni, cerimonie, reportage. Tantissimi. Centinaia. Con uno sguardo diverso, già allora: niente pose, niente costruzioni forzate. Solo vita che accade. Funziona. Funziona molto. Forse troppo.
Dopo anni, quella ripetizione inizia a pesare. La fotografia che l’aveva liberata rischia di diventare una gabbia. Anna lo sente nel corpo prima che nella testa. Decide di fermarsi, di cambiare, di tornare al ritratto, allo studio, a un rapporto più intimo con l’immagine. Giovanni, intanto, continua il suo percorso da agente nel mondo del design. Vent’anni di relazioni, viaggi, aziende, formazione continua. Ma anche lui, a un certo punto, sente la stessa stanchezza. La sensazione di lavorare per far crescere progetti che non sono davvero suoi.
È lì che iniziano a lavorare insieme. Uno studio fotografico, un’agenzia di produzione. Non è semplice. Mettere insieme lavoro e coppia non lo è mai. Ma resistono. Imparano. Cadono e si rialzano.
Poi arriva Quintale. Un bassotto. Un cane che non è “un cane”, ma un compagno di vita. Di viaggi. Di casa. Ed è proprio Quintale a innescare qualcosa che nessun business plan avrebbe potuto prevedere. Cercando oggetti belli per lui, Anna si accorge che il mondo del pet è fermo a un’estetica che non le appartiene. Troppo brutto. O troppo scomodo. O entrambe le cose.
Un giorno compra una borsa per cani. È bella, sì. Ma pesante. Inutilizzabile. Impossibile da lavare. Non funziona. Ed è in quel momento che Anna pensa: ci vorrebbe il guizzo italiano. Qualcosa che tenga insieme bellezza e funzione. Comfort per il cane e piacere per chi lo vive ogni giorno.
Nasce così l’idea di 2.8. Un nome che arriva dalla fotografia. Un’apertura di diaframma che mette a fuoco ciò che conta e lascia sfumare il resto. Una metafora perfetta per ciò che vogliono fare: il benessere del cane al centro, ma senza dimenticare chi lo ama. Oggetti che entrano nella vita, non che vengono nascosti dietro una porta.
All’inizio è tutto fragile. Tentativi, bozze, abbandoni. Poi una ripartenza. I primi prodotti. Una borsa, una cuccia. Materiali insoliti. Un’estetica che non appartiene al mondo del pet. Le prime fiere, spesso fuori contesto. Gli sguardi perplessi. Ma anche le prime conferme.
Arriva un socio milanese, visionario, fondamentale. Porta metodo, coraggio, ambizione internazionale. Apre porte. Poi, improvvisamente, esce di scena per motivi di salute. Un altro scossone. Un altro equilibrio da ritrovare.
E poi arriva il Covid. E con il Covid una domanda che non riguarda solo l’azienda, ma la vita: dove vogliamo stare? La risposta è questa villa.
Non è una scelta comoda. Non è razionale. Ma è profondamente coerente. Qui 2.8 smette di essere un progetto “a distanza” e diventa un corpo unico. Qui il controllo torna nelle mani di Anna e Giovanni. Qui il magazzino, l’ufficio stile, il pensiero, la visione si incontrano ogni giorno. La villa diventa casa, luogo di lavoro, spazio di relazione. Un luogo dove le persone possono arrivare, fermarsi, capire.
Oggi 2.8 è un family brand. Un progetto che parla di lifestyle, non solo di prodotti per cani. Germania, Francia, Stati Uniti, Giappone. Mercati diversi, stessa attenzione maniacale al dettaglio. Online che cresce, fisico selezionato. Scelte lente, spesso controcorrente. Rinunce consapevoli. Dire dei “no” per proteggere il senso.
Negli ultimi anni, dentro questo equilibrio sempre in movimento, sono entrati anche i figli. Non come comparse, ma come presenze reali. La figlia è già pienamente dentro l’azienda: lavora, viaggia, rappresenta 2.8 in contesti complessi e lontani, dagli Stati Uniti al Giappone. Porta nel progetto uno sguardo internazionale, una sensibilità diversa e un’attenzione al dettaglio, che si è affinata nel confronto con culture dove la precisione non è un’opzione, ma una forma di rispetto.
Il figlio più giovane, invece, è ancora all’università. Studia economia e osserva. Ma non resta ai margini. I suoi primi contributi, frutto dello studio e di uno sguardo più analitico, stanno già trovando spazio nel dialogo quotidiano dell’azienda. Non come soluzioni calate dall’alto, ma come domande giuste, numeri messi in fila, scenari che aiutano a leggere meglio ciò che 2.8 può diventare.
Anna e Giovanni non parlano di passaggio generazionale come di un traguardo da pianificare a tavolino. Non c’è fretta, non c’è retorica. C’è piuttosto il desiderio che 2.8 cresca abbastanza da diventare, un giorno, una casa solida da consegnare. Un’azienda che abbia trovato la sua forma, il suo passo, la sua coerenza. Perché solo così, forse, potrà davvero continuare a camminare anche senza di loro al centro della scena.
La villa continua ad ascoltarli. Sa che non tutto è risolto. Che il futuro non è scritto. Ma sa anche che oggi, tra queste stanze, non ci sono solo due fondatori che lavorano al presente di un brand. C’è una coppia che sta provando, giorno dopo giorno, a costruire qualcosa che possa durare più di loro. E forse è proprio questo, alla fine, il senso più profondo di 2.8: mettere a fuoco ciò che conta adesso, senza perdere di vista ciò che verrà.
#ToBeContinued
Andrea Bettini