
A cinque anni aveva già capito due cose.
La prima: che il basket non sarebbe stato un passatempo.
La seconda: che nessuno avrebbe potuto convincerla a smettere di sognare.
Alle elementari scrive in un tema che da grande vuole diventare una cestista. Le maestre sorridono. Qualcuna la prende persino un po’ in giro. Succede spesso ai sogni troppo grandi quando arrivano in anticipo sul tempo. Lei però è già Giorgia Sottana. Anche se ancora non lo sa.
Usa una parola semplice per descriversi: “cocciuta”. La stessa ostinazione che, negli anni, continuerà a spingerla sempre un passo più in là.
In casa il basket c’è già. Il padre allena. Il fratello gioca. La pallacanestro è una lingua quotidiana, quasi domestica. Ma nessuno la obbliga. Nessuno la spinge davvero. Semplicemente, a un certo punto, quel parquet di 28 metri per 15 diventa il luogo in cui Giorgia sente di appartenere. E da lì non esce più. O meglio sì, ma molto più tardi.
Per anni la vita della famiglia Sottana si organizza attorno agli allenamenti, alle trasferte, agli orari impossibili. La madre passa pomeriggi interi in macchina tra Treviso, la Ghirada e Venezia per accompagnare prima il figlio e poi lei. Giorgia esce da scuola, mangia in fretta e riparte subito per allenarsi. Rientra a casa la sera tardi. I compiti si fanno di notte. Le pizze del sabato con gli amici spesso non esistono. Mentre gli altri adolescenti cercano una direzione, lei sembra averla già trovata. Eppure il talento, da solo, non basta mai.
A quindici anni arriva il primo crociato. A diciannove il secondo. Due fratture che per una ragazza che vive di pallacanestro sembrano la fine del mondo. E invece, col tempo, diventano quasi una forma di salvezza.
Perché è proprio lì, lontano dal campo, che Giorgia scopre una cosa che molti atleti impiegano una vita intera a comprendere: esiste anche altro. Esiste una persona oltre la giocatrice. Forse è anche per questo che, negli anni, non smette mai di cercarsi altrove. Scrive. Legge. Costruisce immagini. Racconta storie attraverso i video. Coltiva una sensibilità che convive con una competitività quasi feroce. “Volano coltelli”, scherza parlando delle partite a carte in famiglia.
Ma dietro l’ironia c’è una verità profonda: Giorgia Sottana odia perdere. Non solo le partite. Anche le sfide invisibili. Quelle interiori. Per questo, a un certo punto della carriera, arriva anche la domanda più scomoda. “Lo sto facendo perché mi piace davvero? O perché ormai sono Giorgia Sottana e non posso sprecare il mio talento?”. È una crepa silenziosa. Una di quelle che da fuori non vede nessuno.
Per anni il pubblico osserva i trofei, i titoli, le vittorie, la leadership, il carattere. Vede una delle giocatrici più forti e vincenti del basket italiano. Una che non molla mai. Una che si butta oltre l’ostacolo. Ma dietro quella corazza, nel tempo, cresce anche il bisogno di capire chi sia davvero senza quella maglia addosso.
Così decide di farsi aiutare. Lavora con un mental coach in un momento della carriera in cui sente di dover imparare soprattutto a gestire le emozioni. La competitività, il bisogno costante di vincere, la pressione interiore che a volte rischia di diventare persino eccessiva.
Nel mondo dello sport, in quegli anni, farlo significa ancora esporsi al giudizio degli altri. Quando si parla di “psicologo”, qualcuno ironizza. Lei lascia scivolare tutto addosso. In fondo l’ha sempre fatto. Perché Giorgia non è mai stata interessata a sembrare forte. Le interessava esserlo davvero.
Non crede molto nelle etichette. Dice che la leadership o ce l’hai o non ce l’hai. E lei ce l’ha sempre avuta, anche senza fascia al braccio. Una leadership esigente, diretta, a volte persino dura. Perché nelle squadre costruite per vincere non ha mai sopportato chi scendeva in campo con il freno a mano tirato.
Col tempo, però, impara anche un’altra cosa: non tutti si raggiungono allo stesso modo. Alcune compagne hanno bisogno di uno sguardo, altre di una parola, altre ancora di uno scontro. È forse lì che la campionessa comincia lentamente a diventare donna.
Se dovesse racchiudere la sua carriera in tre fotografie, Giorgia Sottana non sceglierebbe soltanto vittorie. La prima immagine è il primo Scudetto vinto a Taranto. Perché il primo resta sempre il primo. Perché lì, dentro quel palazzetto caldo e rumoroso, una parte dei sogni della bambina “cocciuta” delle elementari prende finalmente forma.
La seconda, invece, è una sconfitta. Europei 2017. Nazionale italiana. Il contestato fallo antisportivo nel finale. Per anni tanti restano aggrappati a quell’episodio arbitrale. Lei no. Perché col tempo comprende una cosa diversa: che anche dopo quell’azione c’era ancora tempo per cambiare la partita. Che finché resta qualcosa sul cronometro non si può smettere di restare lucidi, presenti, vivi dentro ciò che accade. Ed è forse una lezione che va molto oltre il basket.
La terza fotografia, naturalmente, è l’ultima. Lo Scudetto vinto con Schio pochi giorni fa. Il cerchio che si chiude. La fine perfetta che non aveva bisogno di essere perfetta.
Ma nel frattempo, quasi senza accorgersene, nella vita di Giorgia Sottana era già successo qualcosa di ancora più grande. L’arrivo di Ellis, poco più di due anni fa, e qualcosa cambia davvero. Non soltanto nella vita privata. Nel modo stesso di stare al mondo.
La maternità le insegna il tempo. Quello vero. Non quello scandito dal cronometro di una partita o dalle sedute di allenamento. Ma quello degli istanti che non tornano.
Le insegna la pazienza. Le insegna a fermarsi. Le insegna che alcune cose non devono essere ottimizzate, ma vissute. “Questi momenti non ci saranno più tra un po’”, dice pensando alle sere accanto alla figlia mentre fatica ad addormentarsi. Ed è una frase che racconta molto più della maternità. Racconta una donna che, dopo una vita passata a rincorrere il prossimo obiettivo, sta imparando finalmente a restare dentro il presente.
Accanto a lei, in questa trasformazione, c’è anche Kim. Negli ultimi dodici anni, mentre il pubblico vedeva la giocatrice, Kim ha visto anche tutto il resto. Le crepe, le fatiche, i momenti difficili che spesso nemmeno la famiglia riusciva fino in fondo a percepire. “Se deve dirti la verità, te la dice”, racconta Giorgia sorridendo. Ed è probabilmente anche grazie a quello sguardo sincero che, nel tempo, ha imparato a distinguere sempre meglio la campionessa dalla persona.
Il ritiro, in fondo, comincia molto prima dell’ultima partita. Non da un istante preciso. Non da una rottura improvvisa. Ma da una maturazione lenta. Dalla consapevolezza che il corpo cambia. Che la fatica pesa diversamente. E soprattutto da una promessa fatta a sé stessa molto tempo prima: non restare troppo a lungo. Non smettere quando non riesci più a stare a quel livello. Smettere lasciando ancora l’immagine di una che sa giocare davvero.
Poi arrivano gli ultimi secondi. La finale Scudetto. L’ultima partita della carriera. Gli ultimi due tiri liberi. Pochi minuti prima ne aveva sbagliati due consecutivi, cosa rarissima per lei. Quando torna in lunetta prova semplicemente a fare quello che ha fatto migliaia di volte nella sua vita: respirare, focalizzarsi, tirare. Nessuna scena teatrale. Nessuna ricerca dell’epica. Solo una giocatrice che, ancora una volta, resta fedele a ciò che ha sempre fatto. E forse è proprio questa la cifra più autentica di Giorgia Sottana. La verità.
Quando le si chiede cosa vorrebbe restasse di tutta la sua carriera, non parla dei trofei, dei numeri o delle vittorie. Dice solo una cosa. “Spero che mi ricordino per la persona che sono”. Poi aggiunge una parola semplice. “Una vera”.
Ed è probabilmente lì che si trova il senso più profondo della sua storia. Non nell’aver vinto tanto. Non nell’essere diventata una delle più grandi cestiste italiane di sempre. Ma nell’essere riuscita, in un mondo che spesso ti chiede di interpretare un personaggio, a restare profondamente sé stessa. Anche adesso che il parquet si allontana. Anche adesso che le scarpe sono davvero appese al chiodo.
Perché certe persone, anche quando escono dal campo, continuano a lasciare una traccia.
Ph. Credits: “Famila Basket Schio – Luca Taddeo”
#ToBeContinued
Andrea Bettini