
designer, grafico e regista italiano
C’è un momento preciso, quando Pippo Onorati scatta una fotografia, in cui smette di essere un fotografo.
Non è più una questione di luce, di composizione, di tecnica. È qualcosa che accade prima. O forse dopo. È il momento in cui la persona davanti all’obiettivo smette, per un istante, di rappresentarsi. E si lascia vedere. È lì che inizia davvero il suo lavoro.
Pippo Onorati è direttore creativo, fotografo, art director, regista, designer. Ma nessuna di queste definizioni, da sola, basta a contenerlo. Perché tutto ciò che ha fatto, in realtà, ruota attorno a un gesto tanto semplice quanto difficile: guardare le persone. Non guardarle per come vogliono apparire. Ma per come sono.
Un’attitudine che non nasce dentro uno studio fotografico, ma molto prima. Quando il suo primo mestiere è quello di giornalista. Scrive per la Repubblica, l’Unità, il Manifesto, Gambero Rosso. Ascolta, osserva, raccoglie storie. Impara a stare dentro le vite degli altri senza invaderle.
Poi, nel 1993, accade qualcosa che cambia la direzione del suo percorso. L’incontro con Oliviero Toscani, nel pieno della stagione Benetton, tra Fabrica e Colors. Un laboratorio creativo che in quegli anni ridefinisce il linguaggio della comunicazione visiva a livello globale.
È un passaggio decisivo. Non tanto per ciò che impara tecnicamente, ma per lo sguardo che si apre. Per la possibilità di usare le immagini non per decorare, ma per dire qualcosa. Da lì in avanti, il suo percorso prende una forma propria.
Alla fine degli anni Novanta fonda Mammanannapappacacca Factory, una realtà creativa dal nome volutamente spiazzante, quasi infantile, ma dentro la quale si costruiscono progetti complessi, stratificati, profondamente contemporanei. Fotografia, video, design, comunicazione: linguaggi diversi che si tengono insieme attraverso un’unica regia. E quella regia ha sempre lo stesso centro: le persone.
Se si guarda il suo lavoro nel tempo, emerge una costante evidente. Pippo Onorati non è interessato al ritratto individuale come celebrazione. È interessato alla relazione tra le persone. Alla comunità.
Lo si vede nei grandi progetti che ha ideato e realizzato. Nei ritratti degli spettatori del tour di Jovanotti nel 1997, fotografati prima di ogni concerto e poi restituiti come parte integrante dell’esperienza stessa. Nei volti degli abitanti di Siena, immortalati nelle loro contrade nei giorni che precedono il Palio e poi esposti in Piazza del Campo. Nei diecimila dipendenti di Vodafone, fotografati uno ad uno per raccontare un’azienda attraverso chi la abita davvero. Nel grande progetto realizzato per i cento anni della CGIL: mille storie di italiani trasformate in fotografie, film, parole, portate nelle piazze, tra la gente.
Non sono semplici ritratti. Sono dispositivi relazionali. Ogni volta, la fotografia diventa un modo per creare uno spazio. Un campo in cui le persone si riconoscono, si vedono, si sentono parte di qualcosa.
C’è un aspetto, però, che rende il suo lavoro ancora più preciso. Ed è la ricerca di uno sguardo riconoscibile. In un tempo in cui tutto viene fotografato, Pippo Onorati insiste su un punto: non basta scattare. Bisogna imparare a vedere.
È da qui che nasce anche il suo lavoro di docente e il progetto “Saper vedere”, un percorso che non insegna la tecnica, ma educa lo sguardo. Perché la fotografia, prima ancora di essere un gesto, è una scelta. Una scelta di cosa guardare e soprattutto, di come farlo. Uno sguardo che non imita. Che non segue. Che si costruisce nel tempo, attraversando esperienze, incontri, errori.
Accanto a lui, in molti progetti, c’è Salvatore Gregorietti. Uno dei più importanti grafici italiani, con cui condivide non solo il lavoro, ma un’idea comune di rigore e visione. È una presenza silenziosa ma fondamentale, che contribuisce a dare forma e coerenza a molti dei suoi lavori più importanti. Perché, in fondo, ogni immagine per funzionare davvero ha bisogno di una struttura. Di un pensiero.
Negli anni, Pippo Onorati ha lavorato con aziende, istituzioni, media, brand. Dalla Rai alla BBC, da Lavazza a Ducati, da Slow Food a Gambero Rosso. Ha attraversato mondi diversi, mantenendo però una linea costante: non adattare lo sguardo al contesto, ma portare il proprio sguardo dentro ogni contesto.
C’è un ambito, più di altri, in cui questo approccio trova una sua naturale espressione: quello del cibo e del vino. Non come semplice settore, ma come luogo culturale, relazionale, umano. Perché è attorno a un tavolo che le persone si incontrano davvero, si raccontano, si espongono.
È forse anche per questo che uno dei suoi progetti più recenti, la serie Ritratto di chef, andata in onda sul Gambero Rosso Channel e su Rai International, è diventata la più vista del canale negli ultimi anni. Perché anche lì, dietro la cucina, dietro i piatti, ciò che emerge davvero sono le persone. Le loro storie, le loro ossessioni, le loro fragilità.
E poi c’è un’altra dimensione, più intima, meno visibile. Quella in cui il lavoro non nasce da un brief, ma da una necessità personale. Ci sono momenti nella vita in cui qualcosa si rompe. E non sempre si riesce a raccontarlo con le parole. È in quei momenti che, per qualcuno, la fotografia diventa un modo per attraversare quel passaggio.
#LECOSECHEAMIAMO #THETHINGSWELOVE nasce così. Non come progetto pensato, ma come gesto necessario. Un modo per stare dentro un dolore e, lentamente, trasformarlo in qualcosa che può essere condiviso. Qualcosa che nasce sui social e che diventerà presto un libro, una mostra, uno spettacolo/reading teatrale. Non è un lavoro che cerca consenso. Non è un lavoro che chiede di essere capito. È un lavoro che esiste perché doveva esistere.
Oggi, guardando il percorso di Pippo Onorati, si potrebbe provare a trovare una definizione che tenga insieme tutto. Ma forse non è necessario. Perché ciò che rimane, al di là dei progetti, dei nomi, delle collaborazioni, è un’attitudine. Quella di chi continua, ogni volta, a mettersi davanti a qualcuno non per prendergli qualcosa, ma per restituirgli uno spazio in cui essere visto.
E in un tempo in cui tutti si mostrano, ma pochi si vedono davvero, questo fa tutta la differenza.
#ToBeContinued
Andrea Bettini