Emanuele Caronia – Prima che diventasse una moda

Emanuele Caronia, CEO di Exelab
Emanuele Caronia, CEO di Exelab

 

Negli anni ’80, quando la parola “intelligenza artificiale” non era ancora entrata nel lessico comune, Emanuele Caronia aveva meno di dieci anni e in casa circolavano libri su quell’argomento misterioso, tecnico, quasi fantascientifico.

Non era una moda. Non era un trend. Era un tema da scienziati, da appassionati silenziosi, da curiosi ostinati.
Suo padre ne era affascinato. E quella fascinazione, senza proclami, si è trasferita. Non come vocazione dichiarata, ma come abitudine a interrogarsi su ciò che ancora non esisteva davvero. Perché l’intelligenza artificiale, allora, prometteva molto e manteneva poco. Per trent’anni è rimasta così: una traiettoria sotterranea, potente ma invisibile.

Quando negli ultimi tre anni tutto sembra esplodere in un Big Bang improvviso, per Emanuele non è una rivelazione. È piuttosto un compimento.

Prima che l’AI diventasse un’interfaccia conversazionale nelle mani di milioni di persone, lui l’ha vista applicata in modo concreto. Nei primi anni Duemila partecipa a un progetto in ambito sanitario: algoritmi capaci di individuare le combinazioni più efficaci di farmaci antiretrovirali per le terapie contro HIV e HPV. Niente storytelling. Solo dati, modelli matematici e un impatto reale sulla qualità delle cure.

Poi arriva l’esperienza con Translated, realtà italiana pionieristica nella traduzione automatica, che negli anni ha lavorato per clienti come Airbnb, Google, SpaceX. Qui l’intelligenza artificiale non è un esercizio accademico: è un’infrastruttura capace di agganciarsi ai sistemi delle grandi aziende e tradurre contenuti in tempo reale. È il linguaggio come materia prima. È l’avvicinamento a quella “singolarità” di cui si parlava sottovoce: il momento in cui le macchine diventano più performanti dell’uomo in compiti specifici.

Non è l’AI dei titoli. È l’AI che cresce lentamente, mentre il mondo guarda altrove. Emanuele, però, non è solo tecnologia.
A Roma, negli stessi anni, lo chiamavano “lo sciamano del XX secolo”. Toccava qualcosa di elettronico e si aggiustava. Passava le notti a far funzionare macchine, ma organizzava anche serate underground, produceva musica, lavorava nel mondo creativo. Due anime parallele: codice e club culture. Ingegneria e improvvisazione.

Quell’eclettismo è stato insieme forza e freno. Una curiosità inesauribile, ma anche la difficoltà di incanalarla in una direzione unica. Startup ambiziose – una piattaforma di collaborazione tra università che anticipava modelli diventati mainstream anni dopo – investimenti, team, mercato. E anche momenti duri, quando i capitali si assottigliano e la monetizzazione non arriva. “Avevamo costruito qualcosa di molto simile a Slack, pochi mesi prima che uscisse”, racconta senza enfasi. Non è un rimpianto. È la consapevolezza di quanto sia sottile il confine tra intuizione e successo.

È in quel percorso, fatto di deviazioni e ripartenze, che matura la domanda che oggi guida Exelab: “Che problema stiamo risolvendo?”.

Nel mondo enterprise, dove Exelab opera come system integrator specializzato in CRM, omnicanalità e soluzioni avanzate di intelligenza artificiale, la tecnologia rischia spesso di diventare fine a sé stessa. ERP, CRM, AI: strumenti adottati perché “servono”, perché “lo fanno tutti”. Progetti lunghi anni, complessi, costosi. E talvolta lontani dall’obiettivo iniziale.

Per Emanuele la maturità non è adottare la tecnologia più recente. È riportare tutto al problema. All’opportunità concreta. Alla leva che può muovere decine o centinaia di milioni di euro di valore. L’AI, senza strategia, resta un giocattolo sofisticato.

Quando legge il dato del MIT – il 95% dei progetti di intelligenza artificiale generativa che non produce impatto reale sul business – non si sente parte del problema. Si sente parte della soluzione. Perché quel 95% non è un fallimento tecnologico. È un fallimento di metodo: assenza di leadership coinvolta, mancanza di riprogettazione dei processi, scarsa qualità dei dati.

Per lui l’intelligenza artificiale non è mai solo modello. È dato. È architettura. È execution.

Nel 2019 riprende con decisione la guida di Exelab. Negli anni successivi l’azienda cresce fino a diventare l’unico partner italiano nel Twilio Partner Advisory Board 2026 e l’unica realtà italiana indipendente HubSpot Elite Partner. Non come medaglie da esibire, ma come conseguenza di una coerenza: portare un approccio lean e orientato all’impatto nel mondo enterprise.

Quando l’AI generativa esplode, molti osservano. Alcuni delegano. Lui fa il contrario. Si rimette a programmare.
Dopo anni in cui il suo ruolo era diventato prevalentemente strategico e relazionale, torna operativo. Costruisce tool interni. Sperimenta direttamente. Vive la rivoluzione sulla tastiera, non nelle slide. Trova qualche resistenza. Deve rinegoziare il proprio ruolo. Ma è proprio lì che la leadership si rafforza: non parla di qualcosa che ha letto, parla di qualcosa che ha fatto.

C’è un momento, però, che racconta più di tanti altri la sua postura. Un giorno deve inventare il titolo di un progetto. Non prova nemmeno a pensarci. Apre un modello linguistico e chiede. Poi si ferma. Si accorge del riflesso condizionato. Si chiede se stia moltiplicando il proprio pensiero o delegandolo troppo.

Il confine, per lui, è questo: l’intelligenza artificiale come moltiplicatore delle capacità umane. Finché potenzia, ha senso. Quando sostituisce senza consapevolezza, rischia di impoverire.

Eppure, nel suo sguardo, c’è qualcosa che va oltre l’efficienza. Vede nell’AI una possibilità di trovare senso. Perché per usarla bene bisogna chiarire il perché. Costringe le aziende a chiedersi che cosa vogliono davvero risolvere, quale valore vogliono generare, quali processi sono disposte a ripensare. È una tecnologia che obbliga alla strategia.

Oggi Emanuele Caronia si trova in una fase diversa del proprio viaggio. Dice di aver raccolto più soddisfazioni negli ultimi anni che in molti precedenti. Forse perché, dopo aver esplorato tanto, ha trovato una direzione. Forse perché l’eclettismo ha finalmente incontrato un centro di gravità.

Se dovesse definirsi, non parlerebbe di AI. Parlerebbe di ricerca. Una ricerca continua di soluzioni, di metodo, di crescita, di senso. L’intelligenza artificiale è stata solo una delle traiettorie lungo il cammino. Ma lui l’ha vista nascere quando ancora non faceva rumore.

E oggi, mentre molti osservano l’ultimo salto, riconosce tutti quelli precedenti. Perché li ha attraversati uno per uno.

#ToBeContinued
Andrea Bettini