Ricciarda Avesani Zaborra – Il luogo che mi ha chiesto di restare

Ricciarda Avesani Zaborra, proprietaria del Castello di San Pelagio
Ricciarda Avesani Zaborra, proprietaria del Castello di San Pelagio

 

Ci sono luoghi che ti accompagnano per tutta la vita senza mai chiederti nulla. Poi arriva un momento in cui quello stesso luogo smette di restare in silenzio. Ti guarda. E ti chiede di decidere.

Per Ricciarda Avesani Zaborra quel momento ha avuto il nome di Castello di San Pelagio.

Non è stata una chiamata improvvisa. È stata piuttosto una presenza costante, sedimentata nel tempo. Da bambina questo castello era il luogo delle vacanze, dei giochi, delle estati trascorse tra giardini e stanze cariche di presenze. Era il posto dei racconti di sua madre, narrato con nostalgia e con entusiasmo, come si racconta un tempo che non si vuole perdere. Forse è da lì che nasce un legame che Ricciarda fatica persino a spiegare razionalmente: una connessione profonda, quasi fisica, con questo luogo. Qualcosa che non ha mai smesso di chiamarla.

Quando, negli anni Settanta, si è trattato di decidere che cosa farne davvero di San Pelagio, la strada non era affatto segnata. Il castello non era sostenibile, era lasciato andare, chiedeva scelte complesse. Le ipotesi si sono succedute come spesso accade in questi casi: un albergo, una clinica, soluzioni che promettevano stabilità economica, ma che avrebbero richiesto compromessi enormi, anche finanziari, e soprattutto culturali. Strade possibili, ma non sue.

Poi, quasi per sottrazione, è arrivata l’intuizione decisiva. Guardare fuori, non dentro. Staccarsi dal destino consueto delle dimore storiche e ascoltare ciò che il luogo aveva già scritto nella sua storia. Là fuori, sulla facciata, due lapidi ricordavano un evento che aveva attraversato il Novecento come un lampo: il Volo su Vienna di Gabriele D’Annunzio. Un’impresa che partì proprio da qui e che trasformò il volo in un gesto simbolico, capace di parlare non solo di guerra, ma di immaginazione, rischio, visione.

È da qui che nasce tutto. Non da un progetto museale, ma da una domanda: che cosa può raccontare davvero questo luogo?

Ricciarda non sapeva nulla di aeronautica. Suo padre non ne sapeva nulla. Nessuno, in famiglia, aveva competenze specifiche. La storia del volo semplicemente non si studiava. E allora la prima scelta è stata un atto di intelligenza e di umiltà: cercare chi sapesse davvero orientare quel racconto.

L’incontro decisivo è stato quello con Maria Fede Caproni, figlia di uno dei grandi pionieri dell’aeronautica italiana: Giovanni Battista Caproni, detto Gianni. Una donna animata da un entusiasmo contagioso, colta, rigorosa, capace di tenere insieme passione e metodo. È lei a tracciare una linea culturale chiara, a evitare scorciatoie, a impedire che il museo diventasse un accumulo di oggetti o una celebrazione sterile. A insegnare che non si parte dai motori, ma dalle persone. Dalle storie, prima ancora che dalle macchine.

Nel settembre del 1980 il Castello di San Pelagio apre al pubblico. I cancelli si spalancano e la risposta è sorprendente: quarantamila visitatori in un anno. Un numero che oggi sembrerebbe straordinario, allora era la misura di una curiosità diffusa. Per la prima volta, quel luogo chiuso e silenzioso diventava attraversabile, condiviso. Poi è arrivata la vita. Quella vera.

Gli anni successivi non sono stati una sequenza lineare di successi, ma una lunga prova di resistenza. Tentativi, errori, aperture e chiusure, scelte difficili. Gestire un luogo così significa decidere continuamente cosa tenere e cosa lasciare andare. Anche a costo di perdere. Ideali che si pagano cari, li chiama lei. E non c’è eroismo nel dirlo, solo lucidità.

Vivere a San Pelagio non significa abitare in un luogo leggero. «Qui l’aria è densa», dice Ricciarda. Densa di ricordi, di presenze, di stratificazioni. Ogni angolo rimanda a qualcosa. Un profumo, per esempio: il gelsomino. Un odore che la riporta bambina, a Venezia, dalla nonna. Quel profumo mancava, qui. E allora lo ha piantato. Non per fedeltà botanica, ma per fedeltà emotiva. L’amore vince sulla filologia. È forse la frase che meglio racconta il suo modo di custodire questo luogo.

L’anima di San Pelagio, oggi, è una sola. È il volo. Non come tecnologia, ma come tensione. Come possibilità. È per questo che Gabriele d’Annunzio fece di San Pelagio la sua base operativa. Qui soggiornò per preparare l’impresa che lo avrebbe portato, il 9 agosto 1918, a decollare verso Vienna insieme ai piloti dell’87ª Squadriglia “La Serenissima”. Non una missione offensiva, ma un’azione simbolica: lanciare parole invece che bombe, volantini invece che ordigni. Un gesto che trasformò il volo in linguaggio poetico e politico insieme.

Le stanze che oggi portano il suo nome raccontano proprio questo: non il mito, ma la presenza. Un abitare temporaneo, intenso, fatto di attese, di scrittura, di sguardi rivolti al cielo. Un rapporto profondo tra un uomo inquieto e un luogo che gli permetteva di guardare oltre.

San Pelagio, però, non è rimasto fermo. Non è un museo da attraversare in fretta, né un luogo per addetti ai lavori. È uno spazio che accoglie pubblici diversi, tempi diversi, curiosità diverse. C’è chi arriva per perdersi nei giardini e nei labirinti, chi per lasciarsi sorprendere dalle sale del Museo del Volo, chi per vivere un’esperienza con i bambini, chi per una giornata fuori dal tempo, chi per un incontro, un evento, un’occasione speciale. Nulla è imposto. Tutto è possibile.

Quando Ricciarda immagina una bambina che entra qui per la prima volta, non pensa a ciò che imparerà, ma a ciò che porterà via. Aria buona. Spazio per correre. Fantasia. Il diritto di sognare senza schermi, senza plastica, senza istruzioni. Emozioni che non chiedono di essere spiegate.

Oggi Ricciarda Avesani Zaborra si definisce un’anziana signora. Lo dice con ironia e con consapevolezza. Sa che il tempo è prezioso. Proprio per questo l’entusiasmo non è diminuito. È diventato più essenziale. È fatto di fiducia: nei collaboratori, in chi ha capito lo spirito del luogo e lo porta avanti ogni giorno. È fatto di sogni diversi, forse più silenziosi, ma non meno urgenti.

San Pelagio non è un monumento al passato. È un luogo che continua a porre domande. E Ricciarda, più che una proprietaria, ne è la custode. Di una scelta. E di tutto ciò che, da quella scelta, può ancora accadere.

#ToBeContinued
Andrea Bettini