
Dietro ogni curriculum c’è una persona. E dietro ogni scelta di lavoro, una storia che spesso non trova spazio tra le righe.
È da lì che parte lo sguardo di Luca Semeraro. Non da ciò che le persone fanno, ma da ciò che sono diventate mentre lo facevano. Un punto di vista che non nasce da una teoria, ma da oltre vent’anni trascorsi dentro il mondo del lavoro, attraversandolo da prospettive diverse, osservandone le trasformazioni, le contraddizioni, le fragilità. Sempre con la stessa convinzione di fondo: il lavoro non è soltanto ciò che facciamo, ma una parte sostanziale di ciò che siamo.
Oggi Luca Semeraro è Amministratore Delegato di LHH Italia, società del Gruppo Adecco specializzata nei servizi di consulenza HR e di gestione del talento lungo l’intero percorso professionale. Ma ridurre tutto a un ruolo sarebbe, paradossalmente, il modo meno efficace per raccontarlo.
Le sue radici affondano lontano dai palazzi direzionali. Nasce a Bari e cresce a Fasano, nella splendida Valle d’Itria, in una Puglia che gli consegna un senso profondo dell’identità e delle relazioni. È da lì che parte il primo movimento: lasciare casa, spostarsi a Milano, studiare.
Si laurea all’Università degli Studi di Milano, La Statale. Dopo la laurea prosegue con alcuni studi di post-laurea e muove i primi passi professionali in un contesto quasi accademico, all’interno di una grande società di comunicazione come J. Walter Thompson. L’idea è quella di continuare a lavorare per quel grande gruppo statunitense. Un percorso che sembra naturale, quasi già scritto.
Poi arriva la discontinuità. Lo scoppio della bolla delle dot-com interrompe quella traiettoria. Ma non è un trauma. All’epoca Luca ha ventisei anni e, soprattutto, ha già imparato a muoversi. Ha vissuto tra Milano, Madrid e Londra. Ha attraversato città, contesti, linguaggi diversi. Per questo il cambiamento non lo spaventa. È normale amministrazione. Si rimette a cercare lavoro e risponde a un annuncio di Adecco.
Non sa nemmeno bene cosa faccia quell’azienda. La posizione è per un ruolo da marketing specialist. Parte per Torino per sostenere il colloquio. È lì che accade qualcosa di inatteso. Alla fine dell’incontro gli dicono che il profilo è interessante, ma che forse il suo posto non è il marketing. “Lei sarebbe proprio tagliato per lavorare con noi nel commerciale”. È l’inizio di un percorso che non aveva pianificato, ma che inizia a riconoscere come sorprendentemente affine alla sua attitudine.
Comincia a lavorare a Milano, occupandosi di lavoro temporaneo. All’epoca Adecco fa principalmente quello. È un’esperienza utile, ma non del tutto allineata con ciò che ha studiato e con il modo in cui immagina il proprio contributo.
Dopo un paio d’anni sente il bisogno di cambiare. Passa a Michael Page, sempre a Milano, come consulente in area finance e head hunting. Resta quattro anni. Poi arriva un’altra svolta.
Il suo responsabile, che guida anche la Svizzera, intravede per lui una carriera internazionale. Tra Mosca e Ginevra, la scelta cade su Ginevra. È l’inizio di un lungo periodo all’estero. In Svizzera cresce rapidamente, fino a dirigere più divisioni.
Si trasferisce poi a Zurigo, dove diventa CEO per il gruppo Page, guidando brand come Page Personnel, Michael Page e Page Executive. È una scuola severa. Vivere e lavorare in Svizzera, e in particolare a Zurigo, non è semplice. “Per un pugliese, poi”. Ma è proprio lì che impara il valore della responsabilità, della fiducia, di una leadership che non si impone, ma si costruisce.
Nel 2015 lo stesso manager che lo aveva portato all’estero lo richiama nel Gruppo Adecco. Torna a lavorare in Svizzera occupandosi di realtà come Badenoch + Clark e Spring Professional. Dopo sedici anni, però, arriva il momento di un nuovo cambio di prospettiva. Accetta la responsabilità del Sud Europa, Italia e Spagna. È un ritorno a sud, geografico e culturale. Una scelta che sente sua.
Dal 2023, in Italia, assume anche la responsabilità dell’area consulenza, advisory e outplacement. Dopo tre anni lascia la Spagna, passando il testimone, e amplia nuovamente il perimetro verso il centro Europa: Svizzera, Olanda, Polonia e Germania. Un movimento continuo, che riflette bene il suo modo di intendere il lavoro: mai statico, mai definitivamente acquisito.
A guardarlo oggi, il percorso potrebbe sembrare lineare. Ma lui lo racconta con semplicità: questo lavoro è arrivato per caso. È rimasto perché gli è piaciuto. Perché è sempre stato divertente. Perché gli ha permesso di avere a che fare con le persone. È lì che si riconosce davvero. Non è fatto per stare troppo tempo davanti a un computer. Troppe slide lo annoiano. Il contatto umano, invece, no.
È anche da questa esperienza che nasce la sua visione del lavoro oggi. In un mercato attraversato dall’intelligenza artificiale e da trasformazioni rapide, Luca è convinto che la vera sfida non sia tecnologica, ma culturale. Le competenze contano, ma non bastano. Empatia, adattabilità, pensiero critico, capacità di prendere decisioni in contesti incerti diventano centrali. Il futuro del lavoro, per lui, passa da un nuovo umanesimo: non in opposizione alla tecnologia, ma come suo necessario contrappeso.
Fuori dai ruoli e dalle responsabilità, c’è poi la vita. Anche diventare padre cambia lo sguardo. Perché parlare di carriere significa interrogarsi sul mondo che lasciamo a chi verrà dopo. Un mondo in cui la curiosità e il coraggio di cambiare strada saranno competenze fondamentali.
Se oggi avesse vent’anni, dice che partirebbe. Girerebbe il mondo. Non per costruire un curriculum perfetto, ma per allargare lo sguardo. In fondo, è sempre stata questa la sua direzione: usare il lavoro come uno spazio di crescita, prima ancora che di prestazione.
Perché dietro ogni carriera c’è una storia. E vale sempre la pena ascoltarla.
#ToBeContinued
Andrea Bettini