Emiliano Fabiani – Custodire il tempo

Emiliano Fabiani, Amministratore Delegato di Fabiani Gioiellerie
Emiliano Fabiani, Amministratore Delegato di Fabiani Gioiellerie

 

Crescere, senza smettere di riconoscere ciò che ha fatto nascere tutto. È in questo equilibrio sottile che si muove la storia di Emiliano Fabiani, ed è forse qui che va cercato il senso più profondo del suo lavoro.

Perché Fabiani Gioiellerie non è soltanto un’impresa che si è espansa nel tempo. È una realtà che ha imparato a cambiare senza perdere contatto con le proprie radici.

La storia comincia in Toscana, all’inizio degli anni Sessanta, quando Franco Fabiani aggiustava orologi. Mani abituate alla precisione, sguardo allenato all’ascolto. Prima il ticchettio del tempo, poi il desiderio di renderlo anche bello. Nel 1963 quella bottega prende un nome. Non un marchio, ma un modo di stare al mondo: rispetto per il lavoro, per le persone, per ciò che dura.

Negli anni l’impresa cresce, attraversa decenni, si espande. I figli entrano gradualmente in azienda, ciascuno con il proprio ruolo. Non per riscrivere quella storia, ma per darle un respiro più ampio. Gli anni Novanta segnano il passaggio dalla bottega a una struttura più articolata, capace di reggere la complessità senza rinunciare all’approccio artigianale che l’ha generata.

Emiliano arriva così. Non come “l’erede”, ma come uno che osserva. Guarda le persone, i gesti, i dettagli. Si definisce un pilota, ma sa bene che senza una squadra non si va lontano. Le idee non gli arrivano in astratto: nascono osservando le persone, rubando con gli occhi ciò che indossano, come si muovono, cosa cercano davvero quando entrano in una gioielleria. Poi accelera. Sperimenta. A volte sbaglia. Ma qui l’errore non è una colpa: è un passaggio. Se oggi qualcosa non funziona, domani si cambia.

È questa agilità – rara in imprese di queste dimensioni – a rendere Fabiani una realtà particolare: un gruppo che oggi sfiora i 90 milioni di euro di fatturato, con un utile di circa due milioni, ma che continua a muoversi come se fosse ancora una bottega. Grande abbastanza per essere strutturata, vicina abbastanza per restare umana.

Circa quattrocento persone, sì. Ma nessuna distanza. Il collaboratore non è un numero, il cliente non è una transazione. Resiste un’idea quasi ostinata di prossimità: la gioielleria come “orefice sotto casa”, anche quando i punti vendita aumentano e il perimetro si allarga.

Lo si vede nelle scelte quotidiane. Nei format dei negozi, ripensati ciclicamente per evitare che il lusso diventi freddo o intimidatorio. Nei progetti che nascono dall’ascolto del mercato, come Secondo Tempo, dedicato agli orologi selezionati, controllati e certificati: non semplice rivendita, ma restituzione di valore a ciò che ha già vissuto. O come quei gesti contemporanei che trasformano un gioiello in un rito: un bracciale applicato direttamente al polso, pensato per restare, per segnare un momento, non solo per essere indossato.

Poi c’è un progetto che più di tutti racconta il senso profondo di questa storia. A Forte dei Marmi, dentro una teca, c’è un diamante da 7,45 carati. Non è in vendita. Non lo sarà mai. È la prima pietra importante acquistata da Franco Fabiani. Oggi è esposta nel punto vendita del brand a lui dedicato. Non come oggetto da desiderare, ma come memoria da custodire. È lì per ricordare che prima dei numeri, prima dell’espansione, prima dei successi, c’è stata una promessa fatta al tempo. E mantenuta.

Quando Franco Fabiani scompare, nel 2022, l’eredità non è solo societaria. È emotiva. Emiliano racconta che il momento più difficile è stato dirlo alle persone che avevano lavorato con il padre per una vita. Perché Franco non era solo un imprenditore: era presenza. Pane condiviso, giornate lunghe, rispetto portato e ricevuto. “A lavoro porta rispetto”, diceva. Una frase semplice, diventata nel tempo una linea guida.

Forse è anche per questo che, parlando del futuro, Emiliano non rincorre mode effimere. In un mercato che tende ad abbassare tutto, anche il valore delle cose, la sua sfida quotidiana è spiegare prima di vendere, educare prima di convincere. Riaffermare il valore di ciò che resta. Il diamante come simbolo, non per nostalgia, ma per responsabilità. Comprare qualcosa che possa essere tramandato, che continui a raccontare una storia anche quando cambia mano.

Accanto a lui ci sono i fratelli Alessandro e Leandro Fabiani, con ruoli distinti e complementari. Nessuna sovrapposizione, nessuna competizione. C’è chi segue la gioielleria e l’oreficeria, chi il mondo dell’orologeria, chi la struttura e le relazioni. Emiliano tiene insieme visione e comunicazione, insieme a una nuova generazione che entra in azienda senza scorciatoie, imparando prima a stare nei negozi, poi a prendere decisioni.

Guardando questa storia da fuori, si potrebbe parlare di numeri, di crescita, di successo. Ma il senso sta altrove. Sta nella capacità di cambiare restando fedeli. Di innovare senza rompere il filo. Di crescere senza perdere il contatto.

Quel diamante, chiuso in una teca, non è un monumento al passato. È un punto fermo. E indica una direzione precisa: avanti, ma con rispetto.

#ToBeContinued
Andrea Bettini