Antonio Sciuto – Crescere significa esporsi

Antonio Sciuto, CEO & Co-founder di ELAI
Antonio Sciuto, CEO & Co-founder di ELAI

 

A un certo punto della vita, Antonio Sciuto ha capito che restare dove si è diventati bravi non è sempre la scelta più coraggiosa. È un’intuizione che arriva presto, ma che richiede tempo per essere accettata fino in fondo: quando le cose iniziano a funzionare davvero, quando il tuo ruolo è riconosciuto, arriva anche il rischio più grande. Confondere la sicurezza con il senso.

Guardando il suo percorso, molte delle sue scelte – professionali e umane – sembrano tenute insieme da una stessa tensione. Non la ricerca del salto in sé, ma la consapevolezza che crescere significa esporsi. A volte con calcolo, altre volte senza rete.

Antonio dice di essere un ottimista. Lo dice con ironia, quasi a ridimensionarlo. In realtà, l’ottimismo per lui non è mai stato una qualità ingenua, ma una postura consapevole. Una disciplina. Un modo di stare dentro la complessità senza lasciarsi schiacciare dal peso delle difficoltà. «Se metti l’asticella molto in alto – racconta – e nessuno pensa che tu abbia perso qualche rotella, probabilmente non stai mirando abbastanza lontano».

La sua storia non inizia nei board globali né nei ruoli di vertice. Inizia in Sicilia, su un campo da calcio. Il primo sogno è sportivo, vissuto con serietà e ambizione. Non perché fosse un predestinato, ma perché sentiva il bisogno di provarci fino in fondo. Quando capisce che non sarà quella la strada, arriva la prima vera decisione adulta: cambiare direzione. Studiare sul serio. Accettare la fatica di ricostruirsi.

L’approdo all’Università Bocconi segna uno spartiacque. Non solo per la formazione, ma per l’incontro con Vittorio Coda. Il professor Coda non sarà semplicemente il suo relatore di tesi. È un’istituzione del pensiero manageriale italiano, e soprattutto una persona capace di insegnargli che l’ambizione, senza metodo, resta fragile. Pensare in grande non basta: bisogna imparare a ragionare per sistemi. È una lezione che Antonio porterà con sé per tutta la vita. E non tutti hanno la fortuna di incontrare, così presto, qualcuno disposto a dedicarti tempo e fiducia. Antonio lo sa.

Dopo la laurea, entra in Procter & Gamble partendo dal campo, dalle vendite. È una scuola concreta, a volte spigolosa. Qui impara il rispetto per il mercato e per chi ogni giorno deve conquistare fiducia cliente per cliente. Impara cosa significa guidare persone con più esperienza di lui, in territori che non perdonano improvvisazioni. È lì che prende forma una convinzione destinata a restare: l’autorità non si impone, si guadagna. E si guadagna ascoltando.

Quando arriva l’opportunità di entrare in McKinsey & Company, Antonio sa che dovrà rimettere tutto in discussione. McKinsey diventa la palestra del pensiero strutturato e delle scelte difficili. Qui si misura per la prima volta con decisioni che non restano sulla carta, ma hanno conseguenze reali sulle persone. È qui che impara a stare accanto ai CEO, a comprenderne il modo di ragionare, a reggere il peso della responsabilità.

Il passaggio successivo è Nestlé. Prima nel gruppo a livello globale, poi in Nord America. Qui Antonio entra nella complessità piena: brand iconici, organizzazioni articolate, responsabilità enormi. Diventa Global Head of eCommerce e poi Presidente di Nestlé Waters North America, guidando un business da miliardi di dollari. È in questa fase che contribuisce a costruire e scalare un modello direct-to-consumer da un miliardo di dollari, diventato un caso di studio riconosciuto nel settore.

Ma è anche qui che succede qualcosa di più profondo. Più la scala cresce, più il suo sguardo torna ostinatamente sulle persone. Su come stanno. Su cosa serve loro per dare il meglio. È in questo passaggio che matura una convinzione che oggi dichiara senza esitazioni: la felicità non è un tema “soft”. È uno dei driver di performance più potenti che esistano. Se le persone si sentono viste, protette, rispettate, il business funziona.

Lo dimostra anche nei momenti più difficili. Una persona che aveva dovuto lasciare l’organizzazione, a seguito di una ristrutturazione, anni dopo gli scrive per dirgli che nessun manager, prima di lui, le aveva mai chiesto se fosse felice. Non è una storia edificante. È una storia vera. E per Antonio è una conferma silenziosa: guidare significa prendersi carico anche delle conseguenze, non solo dei risultati.

La tecnologia entra definitivamente nella sua traiettoria non come fascinazione, ma come strumento. In Salesforce, lavorando a stretto contatto con il vertice aziendale e con CEO di tutto il mondo, Antonio diventa un ponte tra piattaforme tecnologiche e decisioni strategiche. Migliaia di conversazioni con top executive rafforzano una consapevolezza netta: la trasformazione digitale funziona solo se parte dalle persone e dal loro modo di decidere. E non è mai priva di fatica, esposizione, frizioni.

Dopo aver attraversato sistemi enormi e vissuto accelerazioni impressionanti, arriva un punto di non ritorno. Antonio capisce che non potrà più lavorare in una gabbia, per quanto dorata. La scala, da sola, non basta più. Serve libertà di pensiero, di azione, di responsabilità.

È così che nasce ELAI, un AI company. Qui Antonio decide di andare all-in. Mette in gioco ciò che è diventato negli anni – reputazione, relazioni, credibilità – coinvolgendo persone di cui si fida profondamente. Non chiede solo capitale, ma tempo, esposizione, responsabilità condivisa. È una scelta che parla di fiducia, prima ancora che di tecnologia.

In Elai, l’intelligenza artificiale non è un oracolo né una scorciatoia. È uno strumento concreto per aiutare le organizzazioni a prendere decisioni migliori. Più informate. Più consapevoli. Sempre con un principio chiaro: senza giudizio umano, la tecnologia non serve.

Antonio continua a dire sì. Alle persone, prima che ai ruoli. Ai giovani che cercano un confronto autentico. Ma il suo non è un mentoring indulgente. È esigente. Chiede impegno, responsabilità, serietà. Nel tempo, alcuni di quei ragazzi diventano imprenditori, soci, persone autonome. È anche così che restituisce ciò che ha ricevuto.

Quando gli chiedi come tiene insieme tutto questo, Antonio sorride. Dice che da soli si fa poco. Le cose accadono quando trovi persone disposte a camminare con te, a condividere visione e rischio. Lui ha avuto la fortuna di incontrare dei giganti, mentori che gli hanno dedicato tempo e fiducia prima ancora che fosse “pronto”. Sa che quel debito non si estingue. Si onora restando aperti agli altri.

Forse è questo il filo che tiene insieme tutto il suo percorso. Non una carriera lineare, ma la capacità di attraversare mondi diversi senza smettere di farsi domande. E di ricordare, anche quando tutto accelera, che la crescita più difficile – e più necessaria – resta sempre quella umana.

#ToBeContinued
Andrea Bettini