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E se la mission fosse l’incipit della vostra storia d’impresa?

Qualche giorno fa leggendo un articolo che riprendeva un’efficace infografica di Adweek su quali fossero le mission più creative, ripensavo all’importanza dell’applicazione dello storytelling a partire proprio da questa prima descrizione.


Mentre scorrevo la lista dei brand, le cui mission erano ritenute più ispiratrici, con la memoria sono andato alle tante mission che ho avuto il piacere di leggere in questi miei anni professionali. Non è stato tanto un esercizio di comparazione, bensì una constatazione di come in taluni casi, la stesura di questi testi fosse state un’occasione persa per iniziare l’effettivo racconto della propria impresa.


La mission di un’organizzazione aziendale dovrebbe essere come l’incipit di ciò che di grandioso si andrà a realizzare. Perché dovrebbe essere così? Prendete un libro. Se le prime venti, trenta righe, non vi appassionano è elevato il rischio che s’inneschi il dubbio se continuare o meno la sua lettura. Idem per una canzone. Se l’attacco non funziona, sarà alquanto difficile che rimanga nell’archivio della vostra memoria sonora. Non parliamo dei film, dove i frame iniziali devono avere la capacità d’introdurre la persona in una dimensione unica in sé. Insomma, è tutta una questione di vibrazioni. Quelle che arrivano direttamente al cuore di chi sta leggendo, ascoltando o vedendo. Ma se è così perché si presta poca attenzione alla stesura della mission aziendale?


Per cercare di porre l’attenzione su questo aspetto, di seguito riporto tre cose che non si dovrebbero fare nel momento della stesura di una mission. È una sorta di classifica degli errori più comuni che ho incontrato e che sarebbe utile evitare, per partire con la giusta impostazione di un efficace utilizzo del Corporate Storytelling:


1. La lunghezza. Se mission è sinonimo di incipit come abbiamo detto, non può essere che la sua lettura richieda più di 30 secondi. È un tempo massimo. Considerando una velocità di lettura “da crociera”. Quindi lasciamo perdere quell’agglomerato di parole giustificabili solo in presenza di saggi o romanzi;

2. L’interlocutore. La mission non serve per ricordare a te chi sei (anche se in taluni casi è utile tornare a leggerla), ma una dichiarazione d’intenti che si fa verso l’esterno. Se dovete dichiarare il vostro amore ad una donna, non lo fate mettendo l’accento sull’io, ma sul “lei”. Questo non significa perdere la propria identità, bensì rafforzarla mettendo chi siete e cosa volete fare per gli altri. Fatevi scegliere. La vostra mission deve fare innamorare.

3. Lo stile. Una mission non può essere un elenco di punti. Come non può essere l’adozione di un approccio modello bugiardino medico. Niente tecnicismi. Solo emozioni garanti della costruzione di un futuro. È da qui che deve iniziare l’adozione della tecnica dello storytelling (a dire il vero anche prima, ma questa è un’altra storia). Chi si avvicina alla vostra mission ne deve rimanere rapito. Dovete fargli venire voglia di far parte della vostra storia. Sapere come proseguirà. Trasmettergli il messaggio che loro stessi potranno essere i protagonisti del suo evolversi.


Bene ora rileggete la vostra mission aziendale e provate a verificare se la storia racchiusa in quel testo è la storia che realmente rappresenta la vostra impresa. Se non fosse così forse sarebbe il caso di riscrivere un nuovo incipit.